La novità più rilevante della Finanziaria riguarda l'obbligo di gestione associata di gran parte dei servizi comunali (articoli da 26 a 31).
Le funzioni che i Comuni dovranno gestire in forma associata (articolo 28 della manovra) sono le funzioni generali di aaministrazione, di gestione e di controllo, nella misura complessiva del 70% delle spese certificate dall'ultimo conto di bilancio disponibile all'entrata in vigore della manovra (ciò significa che la gestione del personale, che sicuramente non è al di sotto del 30% del totale delle spese, andrà fatta in forma associata), le funzioni di polizia locale, le funzioni di istruzione pubblica, compresi i servizi per gli asili nido e quelli di assistenza scolastica e refezione, e l'edilizia scolastica, le funzioni nel campo della viabilità e dei trasporti, le funzioni riguardanti la gestione del territorio e dell'ambiente (eccetto l'edilizia pubblica residenziale e locale, i piani di edilizia e il servizio idrico integrato e le funzioni del settore sociale. Insomma, tutte le funzioni individuate come fondamentali degli Enti Locali dalla Legge 5 maggio 2009, n° 42 (federalismo fiscale). L'obbligo di dare vita alla gestione associata riguarda tutti i municipi con popolazione inferiore a 5 mila abitanti. Esso viene imposto anche per "i comuni appartenenti o appartenuti a comunità montane con popolazione stabilita dalla legge regionale e comunque inferiore ai 3 mila abitanti".
Qui sorge il primo dubbio a causa della formulazione poco chiara utilizzata dal legislatore: 5 mila abitanti o 3 mila abitanti? O meglio, sulla base di una scelta regionale, un comune montano di popolazione fra tremila e cinquemila abitanti può essere escluso dall'obbligo della gestione associata? Alle Regioni infatti è assegnato il compito di individuare la soglia demografica minima (limite dei tremila abitanti) della gestione associata e di fissare il termine entro cui i Comuni si devono adeguare. Anche sul termine sorgno dei dubbi, però. La Manovra prevede che con DPCM siano stabiliti i termini entro cui comunque i comuni devono adeguarsi, sovrapponendosi pertanto alla competenza regionale (assegnata alle Regioni con la riforma del titolo V della Costituzione).
Le forme di gestione associata previste dalla manovra sono le convenzioni e le unioni di Comuni).

Altra novità è l’istituzione del Consiglio Tributario obbligatorio (articolo 18).
I Consigli Tributari dei Comuni sono nati in attuazione di una norma del 1945 (d. lgs. 77) e rinati in quanto riaffermati in un comma della riforma fiscale del 1973. Avevano carattere facoltativo e solo pochi Comuni li hanno istituiti. L’articolo 44 del Dpr 600 dell’anno 1973 dispone che “i comuni partecipano all’accertamento dei redditi delle persone fisiche avvalendosi della collaborazione del consiglio tributario se istituito”.
All’epoca la disposizione aveva una portata innovativa dettata dal passaggio dei poteri di accertamento allo Stato con la conseguente soppressione di gran parte dei previgenti tributi locali, fra i quali assumevano particolare rilievo l’imposta di famiglia, l’imposta sul valore locativo (pagata da chi non aveva la residenza ma era proprietario di immobili) e le imposte di consumo.
Oggi vengono resuscitati dalla manovra, grazie all’art. 18 del d.l. 31 maggio 2010 n. 78 che rilancia l’istituto previsto dal d.l. 203 del 2005. In buona sostanza viene riconosciuta alle amministrazioni comunali una percentuale di remunerazione per la collaborazione nella misura del 33% delle maggiori somme riscosse. Il Governo è intervenuto e con una specifica norma (articolo 18), contenuta nella manovra ha reso obbligatoria la costituzione del Consiglio tributario, che deve avvenire entro 90 giorni  per i comuni con popolazione superiore ai cinquemila abitanti dalla data di entrata in vigore del suddetto provvedimento e entro 180 giorni per i comuni più piccoli (che si devono riunire in consorzio: il termine è 28 novembre 2010). Le amministrazioni, avvalendosi dei rappresentanti in seno ai consigli tributari la cui natura è essenzialmente consultiva, saranno tenute a segnalare all’Agenzia delle entrate, alla Guardia di finanza, all’Inps, tutti gli elementi utili ad integrare i dati contenuti nelle dichiarazioni presentate dai contribuenti per la determinazione di maggiori  imponibili fiscali e contributivi (comma 2 dell’art. 18). In pratica le amministrazioni saranno chiamate a smascherare i contribuenti infedeli.
Fino ad oggi l’esperienza è risultata fallimentare; basti pensare che la natura di questi organismi non è tecnica, bensì politica.
Ciò ha determinato, nei casi in cui l’attività di questi Consigli è stata realmente svolta, tensioni e conflitti con l’amministrazione finanziaria, spesso intralciando la sua azione. La speranza è che il Consiglio tributario non si possa trasformare in un ente lottizzato, controllato come una “partecipata”.
Anche la Corte dei Conti, nel rendiconto generale del 2009, ha mostrato perplessità soprattutto per la natura atecnica e sostanzialmente politica dei consigli affidando la speranza di qualche successo “all’abbandono dei giochi di maggioranza e minoranza puntando dritto sulle competenze”.
Altro aspetto è il costo che dovranno sopportare i Comuni connesso alla carenza di un’adeguata struttura interna. Infatti, l’istituzione dei Consigli tributari in tutti i Comuni che ne sono sprovvisti comporterà la nomina di componenti, la cui attività implica il riconoscimento di un gettone di presenza per ogni riunione, l’esistenza di sedi, la disponibilità di servizi di segreteria.

Le limitazione del personale degli Enti Locali riguardano solo i Comuni soggetti al Patto di Stabilità, ovvero con popolazione superiore ai cinquemila abitanti e non, quindi, i piccoli Comuni.

E' previsto inoltre il divieto per i Comuni al di sotto dei 30 mila abitanti di partecipare in società. Quindi, i Comuni dovranno mettere in liquidazione o cedere le quote della società esistenti alla data di entrata in vigore della manovra. Costituisce eccezione al divieto l'ipotesi in cui i comuni partecipino in posizione paritaria o in proporzione alla popolazione e la popolazione complessiva degli aderenti superi i trentamila abitanti.

 

Tratto da lavoce.info di Tito Boeri

La riforma della fiscalità comunale prevista nello schema di decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri il 4 agosto scorso è fatta di luci e ombre. Per la verità, più di ombre che di luci. Ed è in parte ancora tutta da scrivere.
Secondo lo schema di decreto la riforma si realizzerà in due fasi.

Nella prima fase ci si limita a “devolvere” a favore dei comuni il gettito di una serie di imposte statali oggi gravanti a vario titolo sugli immobili: l’Irpef per la parte relativa ai redditi fondiari, l’imposta di registro e di bollo, l’imposta ipotecaria e catastale, più l’imposta sostitutiva sui canoni di locazione immobiliari introdotta dallo stesso decreto. In termini aggregati, l’unico cambiamento rispetto alla situazione attuale consiste nel fatto che il fondo che finanzia i trasferimenti dello Stato ai comuni verrebbe alimentato non dalla fiscalità generale, ma da un insieme di specifiche imposte, quelle immobiliari appunto.
Consapevole della forte sperequazione territoriale che caratterizza alcune delle imposte devolute (in particolare l’imposta di registro e di bollo e l’imposta ipotecaria e catastale), il decreto prevede l’istituzione di un “Fondo sperimentale di riequilibrio”, alimentato dai gettiti devoluti e poi ripartito tra i singoli comuni secondo criteri da specificare. Il fondo sperimentale dovrebbe rimanere attivo fino all’istituzione del fondo perequativo vero e proprio previsto dalla legge delega sul federalismo fiscale.
La devoluzione dei gettiti di questi tributi erariali ovviamente non conferisce ai comuni alcuna autonomia in termini di manovrabilità delle imposte assegnate, le quali restano a pieno titolo tributi erariali. Riesce difficile trovare una coerenza tra tale provvedimento e l'impianto della legge delega sul federalismo. Secondo la legge delega, i comuni dovrebbero infatti ricevere risorse adeguate a garantire il finanziamento delle funzioni fondamentali, con riferimento a indicatori standard di fabbisogno e di costo. Il decreto capovolge questa impostazione, legando le risorse dei comuni al gettito di un insieme di imposte. Laddove la legge delega prevedeva un sistema di perequazione “verticale” (dallo Stato ai comuni), la soluzione del governo prefigura piuttosto un meccanismo di trasferimenti perequativi di tipo “orizzontale”, cioè da comuni ricchi a favore di comuni poveri. Quel che è peggio, rischia di indebolire il principio del pieno finanziamento dei comuni nelle loro funzioni fondamentali.
Allo scopo di garantire “la neutralità finanziaria” dell’intervento, viene prevista inoltre una compartecipazione a favore dello Stato sul gettito degli stessi tributi devoluti. In particolare, la relazione tecnica che accompagna lo schema di decreto quantifica in 12,9 miliardi l’ammontare dei trasferimenti da fiscalizzare per il 2011. Nella sostanza si tratta di un ammontare che fa proprio il taglio di 1,5 miliardi previsto dalla manovra finanziaria 2010-13. Dato che per lo stesso anno si prevede che i tributi “devoluti” (inclusa la nuova cedolare secca sulle locazioni) produrranno un gettito complessivo pari a 15,6 miliardi, si rende necessario restituire allo Stato le risorse finanziarie appena devolute, ma eccedenti. Per il 2011 viene infatti prevista una compartecipazione dello Stato sui tributi devoluti di 2,7 miliardi. Si tratta di uno stravagante meccanismo di aggiustamento, richiesto dalla scelta di lasciare invariata la struttura delle imposte devolute e, al contempo, dall’applicazione del vincolo di “neutralità finanziaria” tale per cui il federalismo fiscale non deve comportare aumenti di pressione fiscale. Il problema è che questo vincolo, peraltro già di per sé discutibile se interpretato troppo rigidamente, è qui applicato in modo improprio perché non imposto, in una visione di insieme, al complesso della riforma del federalismo fiscale, bensì “a compartimenti stagni”, su un singolo intervento, escludendo la possibilità di compensazioni di gettito tra differenti blocchi della riforma che possano favorire la coerenza del sistema tributario nazionale nel suo complesso.
Il riferimento a un insieme di imposte sperequate nello spazio e caratterizzate da una certa volatilità nel tempo, insieme alla descritta compartecipazione dello Stato (che reintroduce quell'elemento di discrezionalità che la devoluzione vorrebbe eliminare), sollevano dubbi seri sul fatto che la riforma avviata possa garantire quella certezza di risorse che dovrebbe essere alla base di ogni seria prospettiva di responsabilizzazione degli enti sub-centrali di governo.

Nella prima fase, la novità forse più rilevante è l'introduzione di un’imposta sostitutiva sui canoni di locazione sugli immobili a uso abitativo: il proprietario di un immobile residenziale (e non di altre tipologie di immobili) dato in affitto può optare, in alternativa al regime ordinario progressivo Irpef (più relative addizionali regionali e comunali) e del pagamento dell’imposta di bollo e registro, per una tassazione proporzionale, nella forma di cedolare secca con aliquota del 20 per cento.
La riduzione del carico fiscale sugli immobili residenziali locati è un provvedimento che va senz'altro apprezzato in un paese caratterizzato da un mercato delle locazioni asfittico, in cui l'accesso alla casa è un problema. Vero è che a trarre vantaggio nell'immediato della minore tassazione saranno i proprietari di immobili con reddito più alto. L'effetto di medio/lungo periodo dovrebbe essere tuttavia quello di rendere più conveniente l'immissione di immobili sul mercato delle locazioni e incoraggiare l'emersione del nero (va in questa direzione anche l'inasprimento delle sanzioni), trasferendo parte dei vantaggi ai locatari. Proprio al fine di produrre effetti redistributivi meno regressivi sarebbe stato meglio prevedere il regime della cedolare soltanto per i nuovi contratti: ciò avrebbe incoraggiato una più rapida traslazione della minore imposizione sui canoni di locazione.
Il decreto del governo conferma invece il “peccato originale” dell'esclusione dell'abitazione principale da ogni forma di imposizione patrimoniale o reddituale. Così facendo, viene sollevata dal finanziamento dei servizi comunali una larga fetta dei residenti, con chiara violazione di uno dei principi cardine del federalismo fiscale, quello della coincidenza tra contribuenti e beneficiari.

La seconda fase della riforma della fiscalità comunale scatterà dal 2014. A partire da quell’anno, i comuni che decideranno di farlo potranno istituire una nuova imposta, denominata Imposta municipale propria (d’ora in poi Imup), regolata dalla normativa statale ma con il riconoscimento ai comuni di margini di autonomia. Se istituita, l’Imup cancellerà le imposte statali immobiliari devolute nella prima fase (con l’eccezione della cedolare secca sulle locazioni) e l’Ici.

Dell’Imup, il decreto fissa alcuni elementi fondamentali ma su altri rimanda la decisione al futuro. Sarà un’imposta “doppia”, con due differenti componenti: la prima basata sul possesso dell’immobile, come l’Ici attuale, la seconda sul suo trasferimento, come oggi l’imposta di registro e quella ipo-catastale. E sarà un'imposta patrimoniale, visto che la base imponibile resta il valore catastale, gravante prevalentemente sulle seconde case (a disposizione e locate) e sugli immobili non residenziali, con netta conferma dell’esenzione totale dell’abitazione principale per la “componente possesso”. Le aliquote base saranno fissate dallo Stato, ma si riconosce ai comuni la possibilità di manovrarle in aumento o in diminuzione entro limiti prefissati, addirittura fino al 3 per mille sulla “componente possesso”. Sulla stessa componente è poi previsto un regime fortemente agevolativo, addirittura metà dell’imposta ordinaria, nel caso di immobili locati e in quello di immobili utilizzati nell’esercizio dell’attività di impresa, arti e professioni ovvero posseduti da enti non commerciali.
La nuova Imup sarà in realtà un tributo composito, basato su presupposti differenti (il possesso, il trasferimento di immobili), una collezione di tributi oggi esistenti che, sotto una etichetta unica, manterranno in gran parte i loro caratteri distintivi. Insomma, una forzatura dettata dall’obiettivo di attribuire tutta la tassazione immobiliare ai comuni (con margini differenziati di manovrabilità) e di “semplificare” a tutti i costi, senza però cambiare nulla in sostanza, senza cogliere l’occasione per mettere mano a una riforma concreta della tassazione immobiliare.

Valutare l’Imup è esercizio arduo in quanto il decreto manca di fissare un elemento fondamentale del nuovo tributo: l’aliquota base della sua componente principale, quella collegata al possesso dell’immobile. Qualche considerazione di larga massima è comunque possibile.
Sotto il vincolo della “neutralità finanziaria”, data la riconferma della piena esenzione della prima abitazione, data la necessità di recuperare la perdita di gettito derivante dalla cedolare secca al 20 per cento rispetto all’Irpef attuale e dati infine i regimi fortemente agevolativi previsti nella nuova imposta, il risultato non può che essere un pesante spostamento del prelievo fiscale a danno, in particolare, delle seconde case.
Le prime simulazioni indicano che per garantire parità di gettito, l’aliquota base dovrebbe essere fissata nell’intervallo tra l’11 e il 14 per mille, ossia circa il doppio dell’aliquota Ici attuale. Il risultato sarebbe pertanto una super-patrimoniale sulle seconde case. Questa prospettiva avrebbe qualche vantaggio in termini redistributivi, ma penalizzerebbe fortemente l’investimento immobiliare diverso da quello finalizzato all’acquisizione della prima abitazione. La possibilità di fissare l’aliquota base a un livello un po’ più basso dipende criticamente dall’effettivo recupero di evasione nella tassazione sugli immobili che dovrebbe derivare dagli incentivi all’emersione generati dall’abbattimento dell’aliquota previsto con la cedolare secca e dal maggiore coinvolgimento dei comuni nell’attività di accertamento. Ma su entrambi i fronti, i margini di incertezza sono forti.
Anche per la seconda fase rimangono i problemi evidenziati sul piano perequativo, in quanto la nuova Imup concorre al finanziamento del fondo di perequazione. Un punto di ambiguità che permane nel testo del decreto è poi quello che riguarda il carattere facoltativo del passaggio dalla prima alla seconda fase. La Relazione sul federalismo fiscale del 30 giugno affidava l’istituzione dell’Imup “a una verifica di consenso popolare su iniziativa dei singoli comuni”. Si tratta di una previsione alquanto singolare poiché nel caso in cui solo alcuni comuni decidano di passare alla nuova imposta, si avrebbero seri problemi di funzionalità per il sistema perequativo municipale. E ciò perché il meccanismo perequativo dipende dalla determinazione della capacità fiscale, la quale deve necessariamente riferirsi a tributi di applicazione generale in tutti i comuni. Il testo del decreto sembra allontanare questo scenario, ma non risolve tutte le ambiguità.

 


Articolo di Gilberto Muraro del 05.08.2010 tratto da "lavoce.info" di Tito Boeri

Positiva l'enfasi data alla fiscalità immobiliare nella finanza comunale, ma attenzione agli abbellimenti lessicali spacciati per riforme. Soprattutto è bene non dimenticare che rimane aperto il vulnus dell'abolizione dell'Ici sulla prima casa che deresponsabilizza molti cittadini di fronte alla spesa pubblica del comune. Esistono inoltre problemi di equità legati all'Imposta municipale unica e di semplificazione relativi all'applicazione della cedolare secca.

Una riforma, quella della finanza comunale, con cose belle e meno belle, ma tutto sommato positiva. Però  rimane aperta la ferita introdotta dall’abolizione dell’Ici sulla prima casa.
Positiva è la duplice idea di fondo:  di accentuare il peso degli immobili  nella  finanza comunale e al contempo di semplificare  la fiscalità immobiliare. Bene quindi che nel 2014  le imposte sui trasferimenti immobiliari passino ai Comuni e si riducano di peso, anche se  di poco. Non si esageri con la réclame, peraltro. Che si parli di Imu, Imposta municipale unica, divisa in un’Imu  annuale  al posto dell’Ici e di un’Imu sui trasferimenti al posto delle attuali imposte di registro e ipocatastali, è un abbellimento lessicale, non una riforma. Altra cosa sarebbe un percorso, sia pure graduale, verso l’abolizione delle imposte sui trasferimenti  immobiliari e il loro assorbimento in un’imposta annuale, con vantaggi per l’efficienza economica e l’equità fiscale. Circa l’opzionale Imu secondaria, che accorperebbe varie tasse comunali, va pure bene; però attenzione al troppo zelo, perché ci sono tasse utilmente accorpabili  ma ce ne sono anche altre, basate sull’uso individuale dei beni pubblici, che è opportuno e giusto  tenere separate.

LA CEDOLARE SECCA

Che dire intanto della novità maggiore, quella della cedolare secca sugli affitti, che scatta già dal 2011? Ovvi i pro e i contro: un’imposta  proporzionale al posto di una progressiva semplifica il rapporto tributario e in astratto incentiva l’investimento immobiliare da parte dei soggetti più ricchi; ma l’equità del sistema fiscale si abbassa. Nella prima versione -  aliquota per tutti del 20 per cento sull’imponibile attuale, pari all’85% del canone - si trattava di dare una penalità ai meno abbienti e un regalo ai più abbienti che, agli estremi della scala dei redditi, valeva proprio il 20 per cento dell’imponibile; e in più  provocava una caduta di gettito. C’è stato quindi un balletto di varianti  (fino alla sera prima, si dava per sicuro il 25 per cento). La delibera finale del Consiglio dei Ministri  prevede il 20 per cento sul canone pieno, equivalente al 23,5 per cento sull’imponibile attuale, ma  con possibilità di restare in Irpef, liberando  così i meno ricchi da ogni aggravio. La perdita di equità diminuisce rispetto all’ipotesi di cedolare obbligatoria,  ma diminuisce pure la semplificazione: chi non ha pagato la cedolare, non è automaticamente un evasore, potrebbe avere pagato in Irpef, e bisognerà controllare. Circa lo stimolo a maggiori investimenti, c’è del vero, ma molto meno del propagandato. Le locazioni sono frenate dalla giustizia più che dall’economia, ossia dall’incertezza e dai tempi del recupero dell’immobile a fine locazione, più che dall’onere fiscale. Quanto alla lotta all’evasione, che dovrebbe evitare la caduta di gettito, è probabile che questa volta funzioni: grazie alla devoluzione dell’imposta  che accentua l’interesse dei Comuni a stanare gli evasori; ma grazie ancora di più all’inasprimento della sanzione fiscale, che in realtà  nulla c’entra con il federalismo fiscale, essendo adottabile anche nell’attuale fiscalità immobiliare statale.

L’ICI PERDUTA

Rimane invece aperto, come si diceva, il vulnus dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, che ci differenza dal resto del mondo e trasforma un’estesa minoranza di cittadini in non contribuenti, i quali  avranno tutto l’interesse a chiedere più spesa comunale, che altri pagheranno: il contrario dell’identità tra elettore-contribuente-beneficiario della spesa pubblica, in cui si sostanzia il buon federalismo.

 


La magistratura contabile sulla gestione finanziaria delle Regioni

(da regioni.it)  “La Conferenza delle Regioni valuterà attentamente la Relazione sulla Gestione Finanziaria delle Regioni relativa agli esercizi 2008-2009 della Corte dei Conti, anche perché ad una prima lettura accanto indubbiamente ad alcune criticità, mi pare esistano elementi e numeri che rafforzano le argomentazioni che le Regioni hanno utilizzato nel confronto con il governo in occasione del varo della Manovra Finanziaria”, lo ha dichiarato il Presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani.
“Le Regioni sono impegnate in un percorso di autoriforma e sostengono la necessità di riqualificare la spesa pubblica anche in quei settori, come la sanità, dove è più difficile raggiungere l’obbiettivo di coniugare efficienza e razionalizzazione con l’effettiva erogazione e qualità dei servizi.
Per il momento- prosegue Errani - voglio richiamare l’attenzione su tre passaggi fondamentali della Relazione che possono costituire la base per continuare il confronto con l’esecutivo:
1-   Il contributo all’indebitamento registra risultati assai differenti fra i diversi livelli di Governo come da noi sostenuto in questi mesi : ‘il disavanzo dello Stato è quasi raddoppiato salendo da 41,8 a 73,1 miliardi’ , di contro ‘il risultato delle Amministrazione Regionali vede una riduzione dell’indebitamento netto dallo 0,3% del 2008 allo 0,15% del 2009’.
2-   Il taglio ai trasferimenti alle Regioni previsto dalla Manovra assume contorni ancor più gravi visto che si inserisce, come sottolinea la stessa Magistratura contabile, nell’ambito di un progressivo decremento delle risorse assegnate per l’esercizio delle competenze attribuite alle Regioni dalla Legge Bassanini: ‘nel loro ammontare complessivo - scrive ancora la Corte – mostrano, se confrontate con l’esercizio 2007 una contrazione passando da circa 4,5 miliardi di euro a 3,7 miliardi di euro’. La stessa Corte dei Conti sottolinea che tali trasferimenti, come hanno sempre sostenuto le Regioni, finanziano settori fondamentali per la vita dei cittadini: ‘il 75% delle erogazioni complessive per trasferimenti va, anche per l’esercizio 2009, solo a quattro comparti: trasporto pubblico locale, edilizia pubblica residenziale, incentivi alle imprese e viabilità’.
3-   Infine sembra smitizzato il luogo comune relativo al personale delle Regioni: la Corte dei Conti certifica infatti che si è passati da un totale di 65.651 unità nel 2006 a 63.715 nel 2007 ed a 62.996 nel 2008.
E’ auspicabile, quindi, che anche l’analisi della Magistratura Contabile – ha concluso Errani –possa fornire una base per i successivi confronti che le Regioni intendono continuare ad avere con il Governo per cambiare una Manovra che come abbiamo più volte ribadito è iniqua e insostenibile”.
Passaggi importanti e numeri quindi nella Relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria delle Regioni (esercizi 2008-2009).
Fra l’altro la Corte rileva il differente impegno e diversi risultati sul fronte dell’indebitamento fra i diversi livelli di governo.“I dati di consuntivo relativi al 2009 diffusi dall’Istat a inizio marzo 2010 – sottolinea la magistratura contabile - hanno offerto una sostanziale conferma dei valori di saldo indicati nel Dpef 2010-2013, al termine della definizione dei principali provvedimenti anti-crisi. L’indebitamento netto è risultato pari al 5,3% del Pil. Differenziati sono stati, tuttavia, i risultati per i singoli livelli di governo. Il disavanzo dello Stato e quasi raddoppiato, salendo da 41,8 a 73,1 miliardi e dal 2,7 al 4,8% del Pil. Nella stessa direzione si e mosso il saldo degli Enti previdenziali, peggiorato di oltre 6 miliardi e divenuto passivo per un decimo di punto in percentuale di Pil (a fronte di un attivo dello 0,3% nel 2008). In entrambi i casi, il risultato di consuntivo e peggiore rispetto ai valori programmatici. Migliore del previsto e risultata, invece, l’evoluzione del saldo delle Amministrazioni Locali, il cui indebitamento aumenta di un decimo di punto rispetto al 2008, meno di quanto atteso. All’interno di queste – prosegue la Corte dei conti -  il risultato delle Amministrazioni regionali vede una riduzione dell’indebitamento netto dallo 0,3% del 2008 allo 0,15% del 2009. Un miglioramento da ricondurre ad una crescita delle spese complessive dello 0,8% (contro il 7% dell’esercizio 2008) a fronte di entrate regionali in aumento del 2,3% (+2,9% nel 2008), ma come risultato di un forte aumento dei trasferimenti (+21,4%) e una riduzione delle entrate fiscali: le imposte indirette si riducono del 13,5% e le dirette dell’11%. La lettura dei risultati del 2009 sembra dunque indicare, nella fase recessiva, una tenuta dei saldi nelle Amministrazioni locali maggiore che nelle Amministrazioni centrali”.
La magistratura contabile registra poi la contrazione di trasferimenti alle Regioni nell’ambito del federalismo amministrativo (Leggi Bassanini), tutto ciò nonostante la continuità e i servizi assicurati dalle Regioni nell’ambito delle competenze trasferite. Scrive la Corte: “Il finanziamento delle funzioni attribuite alle Regioni nell’ambito del c.d. federalismo amministrativo, che prevedeva, dal 2006, il superamento dei trasferimenti con l’attribuzione di entrate proprie, per i rinvii legislativamente disposti e assicurato, fino all’assetto definitivo del federalismo fiscale, dall’attribuzione alle Regioni a statuto ordinario delle quote di partecipazione ai tributi e degli altri importi a vario titolo ad esse spettanti, su base concordata, anche modificando parametri e formule previsti nell’allegato al d.lgs. 56/2000. I trasferimenti, in base al bilancio dello Stato, sono costantemente diminuiti dal 2006. Oltre il 75 per cento delle erogazioni complessive per trasferimenti va, anche per l’esercizio 2009, a solo quattro comparti: trasporto pubblico locale, edilizia pubblica residenziale, incentivi alle imprese e viabilità. Nel loro ammontare complessivo mostrano, se confrontati con l’esercizio 2007, una contrazione, passando da circa 4,5 miliardi di euro a 3,7 miliardi di euro”.
Non solo. Le Regioni sono impegnate anche nel contenimento del personale: “il personale regionale mostra una consistenza, complessivamente riferita sia alle Regioni a Statuto ordinarioche alle Regioni a Statuto Speciale, in costante decremento (2,95% nel 2007 e 1,13% nel 2008): il totale delle unita epari a 65.651 nel 2006, a 63.715 nel 2007 ed a 62.996 nel 2008. Il rapporto medio delpersonale regionale su 1000 abitanti in età lavorativa e nel 2008 pari a 1,23 nelle Regioni a Statuto ordinario ed a 6,45nelle Regioni a Statuto Speciali. Sufficientemente in linea con la contrattazione collettiva, la spesa effettiva perretribuzioni, riferita sia alle RSO che alle RSS, mostra un complessivo decremento nel 2007 parial 4,52%, quasi integralmente compensato da un incremento del 4,19% nel 2008”.
Accurata anche l’analisi della spesa per la sanità. “La spesa corrente per il Servizio sanitario nazionale 2006-2009” grazie al “metodo della concertazione, inaugurato dall’accordo Governo-Regioni del settembre 2006 per il triennio successivo, ha consentito di contenere la dinamica della spesa corrente per il SSN, registrando un valore medio pari al 2,9 per cento. La spesa nel triennio considerato registra in totale un incremento di 9 miliardi; la crescita e stata maggiore nel 2008 (+6,6% sul 2007) e piu contenuta nel 2009 (+0,4% sul 2008)”.
Quanto al finanziamento del Servizio sanitario nazionale per il triennio 2010/12 la Corte dei conti sottolinea che “il Patto per la salute, siglato tra Stato e autonomie territoriali il 3 dicembre scorso, definisce il quadro delle risorse finanziarie da destinare al SSN nel triennio 2010-2012 e le decisioni gestionali che le Regioni sono tenute ad attuare per assicurare l’equilibrio economico dei rispettivi sistemi sanitari e per garantire l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) secondo standard di qualita, appropriatezza ed efficacia.
Al finanziamento di parte corrente del SSN, cui concorre lo Stato per il biennio 2010/11 in base alla legislazione previgente, pari rispettivamente a 104.564 e 106.884 milioni di euro (al netto della quota annuale di 50 milioni di euro da destinare all’ospedale pediatrico Bambin Gesu di Roma), il Patto aggiunge risorse per 1.600 e 1.719 milioni di euro. Per il 2012, l’incremento e stabilito nella misura del 2,8 per cento rispetto al livello di finanziamento fissato per il 2011. In caso di disavanzo strutturale (deficit pari o superiore al 5 per cento rispetto al finanziamento ordinario e alle maggiori entrate proprie sanitarie), la Regione ha l’obbligo di presentare un Piano di rientro. Per garantire l’equilibrio economico dei sistemi sanitari regionali, il Patto prevede misure di contenimento della spesa per il personale e per l’assistenza ospedaliera da realizzarsi sia incrementando l’appropriatezza dei ricoveri ospedalieri (e quindi destinando parte dei servizi ora erogati in regime di ricovero ospedaliero all’assistenza territoriale), sia ridimensionando la rete ospedaliera, fino a raggiungere lo standard ottimale di quattro posti letto ogni mille abitanti. In vista dell’attuazione del federalismo fiscale, che finanziera i servizi erogati dalle Regioni non più in base alla spesa storica ma secondo valori standard di costo e fabbisogno, il Patto ha elaborato un primo insieme di indicatori che, attraverso il monitoraggio e il confronto sistematico con le migliori pratiche di settore, guidino le Regioni nel processo di autovalutazione del livello di efficienza della spesa sanitaria e della qualita ed efficacia dei servizi prodotti per il soddisfacimento dei livelli essenziali di assistenza”.
Con la Legge finanziaria per il 2010 e la manovra correttiva degli andamenti di finanza pubblica (DL.78/10) “l’incremento del finanziamento del SSN per il 2010 previsto dal Patto (1.600 milioni di euro) e coperto dalla finanziaria 2010 (584 milioni di euro a carico del bilancio dello Stato, mentre 466 milioni costituiscono economie sulla spesa di personale) e, per i restanti 550 milioni di euro, dal DL 78/10 in corso di conversione in Parlamento (250 milioni di euro mediante incremento di finanziamento e 300 milioni di euro quali economie di spesa attese dalle nuove disposizioni sulla spesa farmaceutica). Il DL 78/10 lascia invariato il quadro delle risorse complessivamente destinate al SSN per l’anno in corso, ma prevede per gli anni 2011/12 riduzioni del finanziamento ordinario cui concorre lo Stato proporzionali alle economie di spesa attese dalle disposizioni sul blocco dei rinnovi contrattuali per il personale del SSN (per gli anni 2010/12) e dalle misure di razionalizzazione della spesa farmaceutica, pari, rispettivamente, a complessivi 1.018 e 1.732 milioni di euro”.

 

I TEST STANDARDIZZATI PRESI TRA DUE FUOCHI
tratto dal sito di Tito Boeri "lavoce.info"

Di Alberto Martini 05.08.2010

Il ministro dell'Istruzione annuncia il ricorso a test standardizzati per misurare le competenze e i progressi degli studenti. E' una decisione largamente condivisibile, nonostante le critiche degli insegnanti. Ma non certo per le ragioni indicate dal ministro. I test sono un modo per capire e tentare di risolvere i problemi del sistema scolastico sulla base di evidenza empirica su cosa funziona e cosa non funziona. Non possono invece svolgere altri compiti, come ad esempio migliorare la didattica. Né tanto meno la loro adozione si trasforma automaticamente in crescita dell'economia.

Con un comunicato del 15 luglio 2010 inneggiante alla meritocrazia, il ministro dell’Istruzione annuncia una decisione largamente condivisibile: istituzionalizzare l’uso di test standardizzati Invalsi in ogni ordine di scuola, per misurare conoscenze e competenze degli studenti due volte l’anno, all’inizio e alla fine, e osservare i progressi compiuti.
Questa decisione saggia viene criticata a sinistra con una dose stupefacente di retorica e superficialità  e disinformazione, e motivata dal Ministro con una dose altrettanto stupefacente di retorica e superficialità  e disinformazione.(1)
I commenti all’articolo sul comunicato del Ministro apparsi sul sito di La Repubblica il 17 luglio sono in buona parte di docenti, presumibilmente di sinistra.  Ebbene, praticamente nessuno di questi commenti rivela una visione matura del problema: quello che si trova nei commenti è solo il malcostume di commentare le decisioni insultando il decisore ed evitando accuratamente di entrare nel merito delle questioni.

QUELLO CHE I TEST NON FANNO

Ma veniamo al merito della questione. Innanzitutto, non ha senso definire i test Invalsi “oggettivi”. Non sono oggettivi, sono solo standardizzati, cioè uguali per tutti. Questa è la loro forza. Possono essere discutibili nei contenuti, limitati nello spettro di competenze che coprono, possono contenere errori o inesattezze, ma sono utili perché consentono confronti, nel tempo, tra scuole e aree geografiche, tra gruppi sociali.
Non ha neanche senso affermare che i test permettono di “rilevare le carenze di ogni singolo studente”. Èevidente che queste vengono rilevate giorno dopo giorno dagli insegnanti: sarebbe molto grave se la scuola aspettasse un test una volta o due all’anno per scoprirle.
Né ha senso parlare di “valutare oggettivamente i rendimenti delle singole classi”. Quello che un test standardizzato può fare è rivelare anomalie nei risultati ottenuti da una singola classe (e più realisticamente da una singola scuola) quando è confrontata con le altre classi (o scuole).
Ma occorre essere molto cauti nell’interpretare questi confronti. La scuola A può dare nei test risultati peggiori della scuola B  per almeno tre ordini di motivi: a) perché ha studenti più scadenti in partenza; b) perché ha docenti più scadenti; c) perché ha avuto dirigenti più scadenti. Purtroppo tende ad esserci correlazione positiva tra questi tre fattori, il che rende ancora più difficile ricavare dal confronto una diagnosi precisa per il singolo caso, tantomeno l’attribuzione di precise responsabilità.
Occorre un’accurata analisi statistica per isolare l’effetto “studente” dall’effetto “docenti” e dall’effetto “dirigente”: è un'operazione fondamentale per poter valutare la performance dei diversi soggetti, ma per farla c’è bisogno di un robusto quadro informativo, di cui i punteggi nei test sono solo un elemento. E per quanto accurata e onesta, l'analisi darà indicazioni di massima, su cui è possibile basare azioni di rinforzo e stimolo, non certo decisioni impegnative e delicate quali la retribuzione del singolo docente o la sua carriera.

SONO SOLO UNA DIAGNOSI, NON LA CURA

Ha ancora meno senso affidare interamente ai test l'obiettivo di migliorare la qualità della didattica e per giunta attraverso meccanismi di tipo premio-punizione. Il problema non è se una tale visione della scuola sia è di “destra” o di “sinistra”, il problema è che semplicemente non funziona, come dimostra l’abbondante esperienza internazionale e la connessa letteratura scientifica.
A cosa servono dunque i test standardizzati? I test scolastici sono come quelli clinici, servono a identificare patologie, debolezze, carenze. Ancora di più assomigliano agli studi epidemiologici perché identificano problemi a livello collettivo, e non a livello del singolo paziente, pur richiedendo dati sui singoli pazienti.  
Test clinici e scolastici condividono un’altra caratteristica: hanno senso se c'è la volontà di curare il paziente una volta individuato un problema, non di colpevolizzarlo o peggio di punirlo.  (2)
“Lei ha la glicemia a 150”.  Cento euro di multa! “Lei ha la minima a 120”.  Si vergogni!
Questo è il cuore del problema, che né il Ministro né i suoi detrattori di sinistra sembrano capaci di riconoscere.  I test nella scuola sono un modo di capire e tentare di risolvere  i problemi sulla base di evidenza empirica su cosa funziona e cosa non funziona.  E non invece sulla base di interessi corporativi o esigenze di bilancio, entrambi mascherati in modo più o meno maldestro con ideologismi vecchi (“bisogna cambiare il “sistema”) o nuovi  (“il merito è il motore della crescita”).

(1) In realtà c’è già una legge, la 276 del 2007, che richiede la misurazione dei progressi sottoponendo a test gli studenti di II e V elementare, I e III media, II e V superiore. L’Invalsi già lavora su questi test: ad esempio, il 17 giugno 2010 si è svolta la prova standardizzata per la terza media. Il comunicato del ministro tace del tutto su questo fatto.
(2) Un rischio del nuovo corso ministeriale è passare da nessun test a troppi test. Già quelli individuati dalla legge 276 forse sono troppi. A scopo diagnostico, ne basterebbero tre ben fatti: V elementare, III media e V superiore, con l’aggiunta di una anagrafe degli studenti funzionante. L’esempio della Polonia da questo punto di vista è da imitare.

 

Michele Boffa e Stefano Quaini hanno presentato nella seduta del 4 agosto un ordine del giorno sulle reti di monitoraggio della qualità dell'aria di Tirreno Power a Vado Ligure.

Di seguito il testo dell'ODG.

Oggetto: Reti di monitoraggio qualità dell’aria. Adeguamento e implementazione rete pubblica e gestione e ammodernamento rete di proprietà Tirreno Power.

PREMESSO che in data 13/11/2008 il Comitato VIA nazionale ha dato parere favorevole al potenziamento richiesto da Tirreno Power della Centrale a carbone di Vado Ligure con un nuovo gruppo a carbone di 460 Mw e che in data 29 luglio 2009 il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, di concerto con il Ministero per i Beni  e le Attività Culturali, emetteva il decreto di pronuncia di compatibilità ambientale;

RILEVATO che la Regione Liguria con DGR n. 658 del 19.06.07 ha espresso  il proprio parere istruttorio negativo in ordine alla compatibilità ambientale del progetto della nuova unità a carbone, visti anche i pareri contrari delle Amministrazioni Locali più direttamente interessate;

PRESO ATTO dei ricorsi al TAR della Regione Lazio da parte della Regione Liguria, del Comune di Quiliano, del Comune di Vado Ligure, dell’Associazione Uniti per la Salute e, ad adiuvandum, del Comune di Savona, con i quali si è espressa la ferma contrarietà al suddetto potenziamento;

VISTO l’ordine del giorno approvato dal Consiglio regionale – Assemblea legislativa della Liguria nella seduta del 10 marzo 2009 e che impegnava il Presidente e la Giunta Regionale “ad assumere le iniziative più adeguate, di intesa  con gli enti locali interessati, affinché il parere negativo espresso a livello territoriale sull’apertura di un nuovo gruppo a carbone nella centrale di Tirreno Power di Vado ligure – Quiliano possa tradursi in un conseguente e corrispondente esito della Conferenza dei Servizi, che dovrà essere tenuta presso il Ministero delle Attività Produttive”;


CONSIDERATO che la rete di monitoraggio della Provincia di Savona gestita da Arpal necessita di implementazione mirata al rilevamento degli analiti, così come definiti dalla vigente normativa (Dlgs 152/2006 e s.m.i., Dlgs 152/2007, D.M. n. 60 del 2002) e in modo tale che i valori misurati siano conseguentemente validati e raffrontabili;

CONSIDERATO altresì che la misurazione del PM 10 con l’attuale rete di monitoraggio risulta  essere disomogenea sul territorio e che la rilevazione del PM 2.5 nel savonese avviene in una sola  stazione a partire dal 2009;

ATTESTATO che sono pervenute reiterate segnalazioni da associazioni ambientaliste di Quiliano e Vado Ligure relative all’inadeguatezza delle stazioni di rilevamento della rete di monitoraggio della qualità dell’aria;

DATO ATTO che in forza dell’art. 6 della legge 880/1973 Tirreno Power gestisce una rete di rilevamento della qualità dell’aria;

RILEVATO che la suddetta rete era nata per un controllo sulla concentrazione al suolo di alcuni inquinanti e che il raggiungimento di certi valori di anidride solforosa (SO2) comportava opportuni interventi, da parte della Centrale, per riportare i valori dell’inquinante al di sotto di tale limite;

PREMESSO che con nota congiunta Comune di Quiliano - Comune di Vado Ligure (prot. Comune di Quiliano n. 5088 del 14/05/2010, prot. Comune di Vado Ligure n. 8169 del 14/05/2010) è stata reiterata l'istanza di attivazione della Commissione Istruttoria AIA – IPPC al Ministero dell'Ambiente e al Presidente della Commissione suddetta in merito alla centrale Tirreno Power;

RITENUTO:
•    necessario prevedere un riposizionamento, un adeguamento e l’implementazione della rete di monitoraggio della qualità dell’aria di proprietà Tirreno Power, essendo ad oggi variate le condizioni che hanno portato al posizionamento delle centraline stesse, con l’inserimento almeno della misura dei PM10;
•    necessario, oltre all’adeguamento degli strumenti di rilevazione, che vi sia un sistematico controllo in parallelo da parte pubblica con oneri a carico di Tirreno Power;
•    altresì imprescindibile la necessità della verifica e della validazione dei dati di emissione al camino e del sistema di rilevamento degli stessi da parte di un soggetto pubblico, così come il controllo e le verifiche sugli scarichi delle acque;
•    che sia necessario convocare, da parte dei competenti organi statali, la conferenza per l’esame della documentazione per addivenire al rilascio dell’AIA;

IMPEGNA IL PRESIDENTE E LA GIUNTA REGIONALE

a)    a sollecitare l’apertura della procedura, da parte dei competenti organi statali, della conferenza per l’esame della documentazione per addivenire al rilascio dell’AIA. A tal proposito dovranno essere convocati dalla conferenza dei servizi prevista dall'art. 5 del D.Lgs 59/05 tutti gli enti locali coinvolti per il rilascio delle prescrizioni ex artt.216 e 217 del T.U. delle leggi sanitarie approvato con R.D. N. 1265 del 27/07/1934. In tal sede l'autorità competente dovrà determinare, anche su parere e proposta degli enti locali, le prescrizioni necessarie al pieno rispetto delle BAT (Best Available Technique) da parte del complesso IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control), garantendo al contempo chiarezza e trasparenza su compiti e ruoli, sia di parte pubblica che privata;
b)    a richiedere ad un soggetto pubblico un sistematico controllo in parallelo delle immissioni, con adeguamento degli strumenti di rilevazione ed oneri a carico di Tirreno Power;
c)    a richiedere ad un soggetto pubblico la verifica e la validazione dei dati di emissione al camino e del sistema di rilevamento degli stessi così come il controllo e le verifiche sugli scarichi delle acque.

 

Nella Giunta del 30 luglio, la Regione ha autorizzato, ai sensi dell’articolo 37, comma 9 della legge regionale 1 agosto 2008, n. 30, la Provincia di Savona alla ulteriore prosecuzione e gestione dei cantieri scuola e lavoro per l’utilizzo temporaneo e straordinario di lavoratori provenienti dallo stabilimento Ferrania Techonologies S.p.A di Cairo Montenotte e di lavoratori provenienti da aziende operanti nel relativo indotto, titolari di ammortizzatori sociali in deroga, da parte dei Comuni o loro Consorzi e delle Comunità Montane in Provincia di Savona e della Provincia di Savona stessa, di cui alle d.G.R. 1635/2008, 1811/2009 e 164/2010. Le attività dei  cantieri scuola e lavoro proseguiranno, alle medesime condizioni stabilite dalla d.G.R. 1635/2008, a decorrere dal 1° agosto 2010 fino al 30 novembre 2010 (la spesa totale è di euro 347.929,33 a favore della Provincia di Savona, al fine della prosecuzione dei sopraindicati cantieri scuola e lavoro realizzati dai Comuni del Savonese e dalla Provincia di Savona stessa)

 

L’Italia è schiava del petrolio. E’ questa la fotografia scattata dall’Istat nel dossier pubblicato oggi Il sistema energetico italiano e gli obiettivi ambientali al 2020:

Nel 2009 risulta ancora predominante la quota dei combustibili fossili, e in particolare dei prodotti petroliferi, che incidono per il 41 per cento sul consumo interno lordo. La disponibilità di energia da fonti rinnovabili è aumentata di 1,8 punti percentuali rispetto al 2008, mentre è diminuita di 0,9 punti la quota di gas naturale e di 1,3 punti quella da combustibili solidi. Rimane pressoché stabile la quota da petrolio.

E prima ancora di pensare allo sviluppo delle energie rinnovabili o al ritorno al nucleare Paolo Scaroni, AD di Eni invita gli italiani a imparare a risparmiare energia. Il che vuol dire cambiare decisamente e radicalmente lo stile di vita. Durante il Forum per il Mediterraneo ha dichiarato:

"Il risparmio energetico è una cosa che ci sta molto a cuore, nel senso che a me sembra che, prima di immaginare di riempire di mulini a vento località che non hanno vento o di coprire lo scarso territorio che noi abbiamo di pannelli solari che usano una tecnologia vecchia di 80 anni, noi dovremmo esplorare tutte le strade per consumare meno".

 

Nella ricognizione fatta dal Ministero per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale su tutte le risorse FAS (Fondi per le aree sottoutilizzate) a titolarità regionale assengnate alla IIP dal 1998 al 2006, ivi comprese quelle per le quali il CIPE non ha previsto l'obbligo della programmazione tramite Accordo di Programma Quadro (APQ) (non comprende quindi le risorse FAS utilizzate per il finanziamento di Ordinanze della Presidenza del Consiglio dei Ministri e non confluite in APQ), la Liguria è una delle Regioni che ha il più elevato avanzamento economico (79,6%), ossia ha investito quasi tutte le risorse che sono arrivate. E' dietro solamente alle Province autonome di Bolzano e Trento e alla Regione Lombardia. Ora il Governo ha bloccato tutta la programmazione dei FAS su tutte le Regioni, senza fare distinzioni fra le virtuose e non. I FAS delle Regioni, virtuose e non, potrebbero essere un altro portafoglio a cui il Governo potrebbe attingere. Alla faccia di tutti i proclami federalisti.

 

Manovra finanziaria 2011-13: tagli drastici ai servizi educativi, Enti Locali e retribuzioni docenti.
Dopo i pesanti tagli agli organici e alle risorse destinate alla scuola previste dal Piano Tremonti-Gelmini, che hanno prodotto riduzioni significative del personale e del tempo scuola, la manovra finanziaria 2011-13 in corso di approvazione rischia di dare il colpo finale a quello che resta del sistema pubblico di istruzione, prevedendo tagli insostenibili agli Enti Locali (Regioni, Province, Comuni) che dovranno ulteriormente ridurre i servizi educativi (edilizia scolastica, trasporto, misure di sostegno ai disabili e al diritto allo studio, ampliamento offerta formativa, sostegno ai precari), scaricando i disagi e le maggiori spese sui cittadini, in particolare nelle aree povere del Paese e nei piccoli comuni. Come se non bastasse, il blocco dei contratti del personale della scuola e degli aumenti degli stipendi si preannuncia drammatico, con perdite secche superiori in media a quella degli altri comparti ed effetti che dureranno anche nei prossimi anni, incidendo sul futuro pensionistico di queste categorie, evidentemente considerati dei “fannulloni” da punire con particolare severità. Secondo alcune stime sindacali, infatti, la perdita per i docenti oscillerebbe tra i 29.000 e i 42.000 euro, da quest’anno alla fine della carriera. A questo si aggiunga la beffa, denunciata anche recentemente dalla Corte dei Conti, di aver stornato i risparmi dei tagli operati con la L.133/88 e destinati a premiare il “merito” dei docenti, utilizzandoli per ripianare i debiti delle scuole e per il pagamento delle supplenze brevi.
Tutto questo ignorando gli studi della Banca d’Italia e di altri istituti di ricerca internazionali, circa la redditività non solo sociale ma anche economica degli investimenti nel campo dell’istruzione e le stesse politiche di altri Paesi avanzati come la Germania e gli Stati Uniti che, pur costrette ai tagli dovuti alla crisi internazionale, hanno mantenuto o incrementato gli investimenti nel campo dell’istruzione e della formazione.
La protesta degli Enti Locali (di tutti gli orientamenti politici), dei sindacati, dei docenti, dei comitati di genitori, sta però dilagando, tra sit-in, scioperi, blocchi degli scrutini e la manifestazione dei sindaci con la fascia a lutto al Senato. La sfida attuale è quella di superare le divisioni e costruire un fronte trasversale contro una politica che non offre un futuro alla scuola e allo sviluppo del Paese. Non esistono altre strade per bloccarla.

 

Le notizie che sono state diffuse dall’Ufficio studi della Confartigianato, relative alla  produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che nel 2009 ha coperto l’intero fabbisogno, sono confortevoli. Copertura energetica 100% rinnovabile per i consumi domestici delle famiglie italiane, quindi. Stando a quanto risulta dai dati esposti dall’associazione, in Italia il fabbisogno di energia elettrica dei nuclei familiari viene coperto, completamente, nella misura del 100,6%, dalla produzione complessiva che proviene dalle fonti rinnovabili.
L’aumento del 19,2% ha consentito un livello sufficiente di produzione che ha raggiunto  69.330 gigawattora.

 

A GOVERNATORI E SINDACI LA PATATA BOLLENTE DEI TAGLI
di Massimo Bordignon da la voce.info di Tito Boeri 16.07.2010

Tremonti ha vinto il braccio di ferro con i governi locali: i tagli complessivi a carico degli enti territoriali restano invariati. Sarà però la Conferenza Stato-Regioni a decidere sul riparto dei sacrifici. Si tratta di un'eccellente mossa strategica da parte del governo. L'onere delle decisioni viene ora ribaltata su Regioni e comuni. Se se non riusciranno a trovare un accordo, il governo potrà sempre scaricare su di loro la responsabilità politica degli interventi. I probabili vincitori e perdenti.

Per i tagli a Regioni e altri enti locali, cosa cambia con il maxidecreto approvato ieri in Senato? Per i saldi, nulla. Giulio Tremonti ha vinto il braccio di ferro con i governi locali e i tagli complessivi restano invariati. Cambia, o almeno cambia potenzialmente, la distribuzione degli stessi.
La decisione sul riparto tra i diversi enti viene, infatti, ora affidata alla Conferenza Stato-Regioni, cioè in pratica agli stessi governi territoriali. Di qui l'uso dell'espressione generica "risorse" da ridurre, invece di "trasferimenti" nel nuovo testo approvato al Senato. L'ultima parola resta comunque al governo; se non si trova un accordo in Conferenza, scattano comunque i tagli già preventivati per ciascun ente, con il riparto previsto in precedenza (che il decreto, erroneamente, indica come "proporzionali" mentre in realtà per le Regioni ricalcavano i trasferimenti per le leggi Bassanini, la cui distribuzione non è proporzionale tra Regioni o per popolazione). Il decreto inoltre specifica quali indicatori dovrebbero essere utilizzati per decidere il riparto dalla Conferenza, alcuni chiari (spesa per il personale sul totale), altri vaghi (misure atte a rispettare il Patto di stabilità interno e quello sanitario, le pensioni di invalidità, l'autonomia finanziaria per i comuni eccetera).

SCARICABARILE DI TAGLI

Si tratta nel complesso di un'eccellente mossa strategica da parte del governo. L'onere delle decisioni viene ora ribaltata su Regioni e comuni, e se queste non riusciranno a trovare un accordo, il governo potrà sempre scaricare su di loro la responsabilità politica degli interventi. Di più, la scelta degli indicatori offre un'importante sponda alle Regioni del Nord a guida leghista, in seria difficoltà politica nei confronti dei propri elettori: se non si riuscirà a trovare un accordo, che dati gli indicatori scelti dovrebbe avvantaggiare le Regioni del Nord, a partire dalla Lombardia, potranno sempre riversare la colpa sulle altre e in particolare quelle meridionali.
Ma che vuol dire mettersi d'accordo? Non esistono procedure formali precise nella Conferenza stato-regioni. In genere, si decide all'unanimità, ma è spesso successo che qualche Regione si dissoci dalle decisioni prese dal resto della Conferenza. Raggiungere l'unanimità in questo caso sembra difficile; per definizione qualunque modifica nella distribuzione dei tagli, a saldi invariati, deve avvantaggiare qualcuno e penalizzare qualcun altro, ed è facile prevedere che i perdenti si opporranno strenuamente. Previsioni? Le Regioni finiranno con il mettersi d'accordo; il costo politico del non farlo è semplicemente troppo alto. Verosimilmente, l'accordo finirà con il sacrificare qualche Regione più marginale (quelle piccole e del Sud, magari a maggioranza centro-sinistra?). Più facile ancora per i comuni, che con l'esclusione di Roma dal tavolo dei tagli, rappresentano un'organizzazione più coesa e con minori differenze territoriali.
Infine, una curiosità. Anche nel testo del decreto vengono ribaditi i commi che affermano che quanto deciso nello stesso decreto, e cioè i vari tagli a comuni, province e Regioni, "non impattano sulla legge 42/2009", cioè sull'attuazione del federalismo fiscale. Che vuol dire? Che i trasferimenti aboliti, che nella logica della legge 42 avrebbero dovuto essere "fiscalizzati" (cioè, sostituiti per gli enti territoriali con tributi propri o compartecipazioni a tributi erariali), verranno comunque restituiti agli enti locali in sede di attuazione del federalismo? Ma allora com'è possibile ottenere i risparmi di spesa preventivati dalla manovra, visto che l'attuazione della 42 è prevista dalla legge stessa a partire dal 2012? E come questi commi si conciliano con la stessa legge che impone che l'attuazione del federalismo avvenga "senza oneri aggiuntivi per lo Stato"? Mistero.

 

Dai dati emersi dalla ricerca “Le ricadute economiche e occupazionali degli scenari di produzione elettrica al 2020 in Italia” che è stata presentata ieri in un convegno da Cnel e Fondazione per lo sviluppo sostenibile, di cui è presidente l’ex ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi, risulta che in Italia, assisteremo a un vero e proprio boom occupazionale nel settore delle fonti rinnovabili per i prossimi dieci anni: dei 102.700 posti di lavoro stimati per tutte le fonti, 99.300 sono tutti nel settore delle energie rinnovabili e solo 3.000 quelli per le fonti tradizionali.

Nella ricerca è riportato anche il dato sugli investimenti che risulta interessante per il settore delle rinnovabili. All’interno del settore delle energie “pulite” l’eolico fornisce il contributo maggiore: sulla nuova forza lavoro, infatti, il 50% è destinato a questo comparto. Infatti il totale di investimenti sulle energie è di 5,7 miliardi di euro di cui 5,4 per le rinnovabili e di questi, il 40% è destinato all’eolico pari a 2,3 miliardi di euro.

 

Sottoscritto da tutti i capigruppo in Consiglio Regionale l'ordine del giorno presentato da Michele Boffa sul riutilizzo per uno sviluppo industriale delle aree ex A.C.N.A. nel Comune di Cengio.

 

Di seguito il testo dell'Ordine del giorno.

 

I sottoscritti Consiglieri


Premesso che il 30 giugno 2010 è cessato l'incarico del Dottor Giuseppe Romano, Commissario per lo stato di emergenza nel territorio di Cengio in ordine alla situazione di crisi socio-ambientale (O.P.C.M. n. 3827 del 27 novembre 2009 ) e non sono previste ulteriori proroghe;

Rilevato che in data 4 dicembre 2000 fu sottoscritto l'accordo di programma ai sensi dell'art. 9 comma 4 del D.M. 471/99 fra il Ministero dell'Ambiente, di concerto con il Ministero della Sanità, il Ministero dell'Industria, Commercio ed Artigianato e di intesa con la Regione Liguria, la Regione Piemonte, il Commissario Delegato, l'A.C.N.A. C.O. S.p.A in liquidazione ed Enichem S.p.A. -  ora Syndial, in cui si definivano gli interventi necessari al risanamento ambientale e al riutilizzo delle aree per lo sviluppo di attività produttive eco-compatibili;

Atteso che all'art. 6 del sopraccitato accordo Syndial si impegnava ad agevolare il riutilizzo dell'area A/2 per l'insediamento di attività eco-compatibili, rimanendo demandata ad una costituenda società per azioni a maggioranza pubblica la gestione delle attività di reindustrializzazione dell'area e di reimpiego dei propri lavoratori;

Considerato che in data 2 marzo 2001 fu costituita per gli scopi di cui sopra la società Cengio Sviluppo, partecipata anche da Regione Liguria tramite F.i.l.s.e.;

Visto che le aree destinate alla reindustrializzazione (A/2) sono state certificate dalla Provincia di Savona in data 28 gennaio 2010 con atto dirigenziale 2010/205 ai sensi dell'art. 12 comma 2 D.M. 471/99;

Rilevato che la reindustrializzazione del sito ex A.C.N.A. non è solo di vitale importanza per la comunità di Cengio, ma per tutta la Valle Bormida, sia ligure sia piemontese, per la Provincia di Savona e per la Regione Liguria;

Tenuto anche conto che la situazione finanziaria del Comune di Cengio con la chiusura definitiva dell'A.C.N.A. avvenuta nel 1999 si è aggravata negli anni sino a raggiungere oggi un livello insostenibile causa la continua riduzione dell'I.C.I. cat. D (da 300.000 € circa con lo stabilimento in piena attività ad una previsione per il 2010 di 45.000 € circa);

Preso atto che, a causa della richiesta del danno ambientale da parte della Regione Piemonte e dell’indisponibilità delle parti ad una transazione, la situazione rimane bloccata e che il Ministero dell'Ambiente, unico soggetto titolato a determinare il danno ambientale, è anche l’unico soggetto in grado di risolvere questa problematica;

Ritenuto che la Regione Liguria, avendo messo al centro del proprio programma di governo il lavoro e lo sviluppo economico, non possa permettersi di lasciare ancora irrisolta la questione relativa alla reindustrializzazione delle aree ex A.C.N.A.;


IMPEGNANO IL PRESIDENTE E LA GIUNTA REGIONALE

a intraprendere presso il Ministero dell'Ambiente e presso la Regione Piemonte tutte le iniziative necessarie  al fine di sbloccare una vicenda che, impedendo l’avvio del processo di reindustrializzazione delle aree ex A.C.N.A., preclude uno sviluppo sostenibile e una crescita socio-economica possibile all’intera Valle Bormida, territorio strategico della provincia di Savona e per la nostra regione.




 

 

"Ho sempre preso molto sul serio il lavoro e gli incarichi che ho avuto e che ho, soprattutto quelli che mettono in gioco l'interesse pubblico e l'immagine della classe politica. Sotto questo aspetto nulla è cambiato. Sono, tuttavia, senza dubbio diversi i punti di vista secondo i quali guardano all'attività legislativa un Capogruppo, coordinatore organizzativo e funzionale di una componente politica, e un Vice Presidente del Consiglio Regionale, figura tipicamente istituzionale.

L'Ufficio di Presidenza, come recita il nostro Statuto, coadiuva il Presidente nella direzione dell'attività dell'Assemblea Legislativa e nello svolgimento delle sue funzioni di garanzia e tutela delle prerogative e dei diritti dei Consiglieri, esercita le funzioni inerenti l'autonomia funzionale, finanziaria e contabile della stessa Assemblea, approva le disposizioni relative al funzionamento degli organismi e delle strutture consiliari.

Dopo una lunga e laboriosa fase di avviamento, stiamo entrando nel pieno delle attività istituzionali e, quindi, nelle discussioni di merito sui singoli temi oggetto del programma di governo di questa IX Legislatura. Ne parleremo."